Banti (1941)

Fonte:
Anna Banti, Sette lune, Milano, Bompiani, 1941.

«Meglio seguire le mura del Collegio, ma proprio docilmente, salendo gli scalini davanti alle porte, ridiscendendoli con quel po' di fastidio che dà rilievo a un gran desiderio di sedersi in una pausa da mendicante: una dimostrazione finalmente, un'affermazione scritta a gran lettere, immediata, e libera dall'inchiostro simpatico della memoria. Ma non si siede, Maria, essa ha espulso, escluso le dimostrazioni; e se ne va come un cane senza diritti, per la strada solita, fino al portone della biblioteca nazionale. Su, dunque, per le scale: solitarie anch'esse, a quell'ora, e come pronte al riposo estivo con le finestre spalancate, il cortile coperto di rampicanti, il riflesso violaceo, sul muro giallo, di un cielo invisibile. Luce lunga, inutili lampade verdi, svagamenti di vecchie inerzie velenose, rincalzi all'inadempienza di oggi, esatta come un calcolo e ancora in azione. Ora è la volta dell'istinto che conduce a destra, verso il catalogo generale, mentre la memoria, con oleosa certezza, avverte che è inutile avviarcisi perché la distribuzione è cessata; e il quaderno della bibliografia rimasto a casa. Segue, lamentevole, la viltà di far qualche passo, di afferrare uno schedario, aprirlo, chiuderlo. “Carlesi, Carlessi, Carletti” han còlto gli occhi socchiusi: non c'è nessuno, e si può bene accentuare questa smorfia di disgusto e il colpo secco con cui il volume vien respinto nello scaffale. C'è ancora qualche libro nella casella del deposito, può reggere la giustificazione di scendere in sala. Troppi e troppo incisivi sapori, troppe abitudini in così giovane età: impegni presi a una prima avida occhiata e parsi traditi a una prima lentezza. Stasera è così grave scendere la breve scala che porta alla sala di studio e gli sguardi oziosi che la battono paiono così pungenti. Sala colma, tutti han lavorato fuorché Maria: e il suo cantuccio abituale è preso. Da quando in qua i suoi tacchi han questo suono chioccio?».
(Anna Banti, Sette lune, p. 38-40).

«Tra il settembre e l'ottobre il tempo fila serico gli ultimi scirocchi, appaiono le castagne, il cielo si depura: ottobre pieno, un'attesa di giornate, immobili nell'azzurro, come farfalle sul velluto. Anche il tempo si ferma, l'anno non accusa il declino, le ore pendono dal cielo come monete d'oro tutte gemelle, fino al tramonto precoce. Pomeriggi, in biblioteca, lunghi e agiati, lusso di ricerche supplementari, di letture a fondo che l'imminenza di una data sospende in un clima imparziale, di saggezza e sapidità conformi. Rumor di passi, lo sguardo appena si leva, neppure una parola è perduta mentre le seggiola scricchiola e il nuovo lettore si accomoda. Silenzio, quarti d'ora accidentali còlti dall'orecchio distratto: non importa che sia già notte, che le lampade s'accendano; nessuno ci aspetta e nessuno noi aspettiamo. Nessuno?»
(ivi, p. 283-284)

«Ma sul ripiano di Palazzo Carpegna, all'imboccatura delle scale, si sentì paurosamente vuota e instabile e fu per tornare indietro. Scendeva, tuttavia, quei gradini comodi, bassi, troppo facili, come quelli di Palazzo Tordi: la scala era deserta, già notturna e se le lagrime scorrevano infine sulle guance nessuno poteva vederle. Fu sul primo ripiano, notò una striscia di luce viva filtrar sotto l'uscio della biblioteca di Facoltà, e risentì il sapore di certe serate, quando all'avidità adolescente di una informazione tumultuosa e rapida pareva già troppa la distanza di quel po' di strada fino alla Biblioteca Nazionale».
(ivi, p. 291)

(Nel romanzo, ambientato a Roma, sono narrati sette mesi della storia di due ragazze di diversa inclinazione e condizione sociale: Maria Alessi è impegnata nella stesura della tesi e frequenta la Biblioteca nazionale, fino alla laurea).

Relazioni