LE TESTIMONIANZE

L&L si propone di raccogliere e mettere a disposizione testimonianze di ogni genere relative all'utilizzazione di biblioteche di
qualsiasi tipo, contenute in scritti autobiografici, diari, memorie, interviste, carteggi, ecc., ma senza escludere testi narrativi o creativi (romanzi, poesie), per restituire la dimensione soggettiva ed esperienziale, sia positiva sia negativa, dell'uso delle biblioteche.
Sono comprese, quando è utile, anche fonti un po' diverse come articoli di giornale, inchieste, materiali promozionali, ecc.
Alle testimonianze si affianca una scelta di documentazione iconografica (utilizzabile anche a scopo didattico), relativa alle biblioteche considerate, ai loro locali e alle loro attrezzature, indispensabile per la piena comprensione delle testimonianze stesse.

N.B. La casella di ricerca qui sotto opera soltanto sul titolo della testimonianza (di norma, cognome dell'autore e anno).
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Risultati della ricerca

Pasquali (1952)

«Nei 22 anni che sono trascorsi dalla prima pubblicazione di questo articolo [1929] la situazione delle biblioteche è in complesso piuttosto peggiorata che migliorata, certo principalmente per colpa della guerra, ma anche per inerzia di uomini. Di nuovo v'è stato principalmente quel compimento dell'edificio della Biblioteca Nazionale di Firenze del quale io allora disperavo: la Nazionale, nonostante certe scarsezze di personale, funziona ora perfettamente sotto la direzione di una donna di cuore e di intelletto, Anita Mondolfo, e mostra in un mirabile esempio come una biblioteca dipenda principalmente dai locali. Anche, è stata approvata dai due rami del parlamento una legge che dispone che dentro 25 anni sia compiuto un catalogo unico delle biblioteche: io, vecchio, invidio i miei nipoti, ma concedo che non si poteva scegliere un termine piú vicino, temo anzi che quello scelto dovrà essere prorogato; ma sono lieto che un giorno anche nella nostra patria chi non trovi un libro nella sua città, non debba brancolare nel buio per sapere dove esso si celi (p. 255). Qualche altro miglioramento si è qua e là ottenuto grazie a iniziativa ardita di singoli bibliotecari, non certo per ordini partiti dall'alto: Enrico Jahier ha trasformato di suo la Marucelliana, ristretta nello spazio tra due case e, se bella, parecchio antiquata, in una biblioteca moderna corredata di un giardino accessibile agli studiosi. Qua e là i libri arrivati di fresco sono esposti per un mese agli studiosi; altrove almeno una lista di essi è accessibile ai frequentatori, che è rimedio molto inferiore; ma insomma si è fatto sporadicamente qualcosa per adempiere questa esigenza mia e non soltanto mia (p. 267).
Tutto il resto è, nel caso piú favorevole, rimasto quale era prima. Qui nella nostra Firenze, nonostante le prescrizioni dei regolamenti, non si è mai riusciti a ottenere che le biblioteche si mettessero d'accordo tra loro per la compra dei libri stranieri, ora che essi costano tanto di piú di quando scrivevo (e a me sembravano già allora carissimi). Io avevo proposto (p. 254) di fondere biblioteche troppo piccine con maggiori per diminuire le spese fisse. Almeno in un caso si è fatto il contrario; una biblioteca minima, contro il parere della direttrice di una molto maggiore, è stata ricostituita indipendente, benché sia pochissimo frequentata, e per quanto la maggiore, amministrandola, potesse soddisfare esaurientemente e con pochissimi mezzi i bisogni dei due o tre lettori giornalieri; ma cosí una bibliotecaria e qualche impiegato hanno trovato un posto piú indipendente e meno laborioso, questo in un momento nel quale le biblioteche maggiori (tranne le romane) scarseggiano di personale.
Gli esemplari di diritto, come io lamentavo a p. 267, arrivano pur sempre alle biblioteche in ritardo e decimati dalla Procura della Repubblica, per la quale devono necessariamente passare, mentre sarebbe tanto piú semplice che le tipografie fossero obbligate a spedirli direttamente alle biblioteche territoriali competenti.
Ancora oggi gli studenti universitari non sono ammessi al prestito se non in virtú della malleveria di un professore, e ogni professore non ne può rilasciare altro che dieci. Immaginiamo una facoltà di trecento studenti con dieci professori: duecento studenti saranno necessariamente esclusi dal prestito. Le università hanno moltiplicato il numero degli studenti, ma il regolamento è rimasto intatto. E qui non ci sarebbe bisogno di denari, ma basterebbe che la direzione generale delle biblioteche si lasciasse consigliare dai competenti. Siccome uno studente non può essere ammesso all'esame di laurea, né ottenere il trasferimento se non dimostra di avere reso i libri presi in prestito dalle biblioteche della città, si potrebbe con poco o punto rischio delle biblioteche ammettere gli studenti al prestito sul fondamento della loro tessera universitaria.
E nulla si è fatto per migliorare e aumentare le biblioteche popolari; nulla per indurle ad accordarsi tra loro. Un bibliotecario audace che lo ha tentato, per poco non ne usciva con le costole rotte: in una città che è poco piú che un paese i bibliotecari delle sette piccole e nella loro isolatezza inutili bibliotechine non sanno far altro che guardarsi in cagnesco. Eppure lo sviluppo delle biblioteche popolari avrebbe un vantaggio positivo e uno negativo: scaricherebbe le biblioteche maggiori dal peso di lettori per le quali sono inadatte e fornirebbe al popolo una cultura meno ristretta e meno ciarlatanesca di quella che offrono a loro i partiti. Ma il ministro Gonella e il suo partito sono evidentemente contrari a tali istituzioni: i bibliotecari hanno piú volte proposto, l'ultima nel novembre 1949, di imitare la legge belga che impone a tutti i cittadini un contributo minimo per la cultura, ma attribuisce a ciascuno di essi il diritto di frequentare, anzi pro rata parte di amministrare le biblioteche popolari; le quali dipenderebbero cosí meno dal governo, cioè ormai dal partito.
Per l'orario unico si è piuttosto tornati indietro che andati avanti: l'esigenza impiegatizia dell'orario unico complica la situazione. E non si vuole neanche accettare la proposta che i libri siano fin dalla mattina cercati e messi da parte per l'utente pomeridiano e serale il quale potrebbe mandare la sua richiesta anche per posta. La biblioteca funzionerebbe cosí pomeriggio e sera con un velo minimo di impiegati. Che differenza dai paesi scandinavi e dalla Russia che tengono aperte le biblioteche dalla mattina a mezzanotte! Da noi l'orario consente di adoperarle soltanto a chi non abbia ufficio o a persona il cui ufficio consista nello studiare, vale a dire a un'infima minoranza, mentre le sbarra a impiegati, a professionisti, a insegnanti.»

(Giorgio Pasquali, Postilla a Biblioteche, in Vecchie e nuove pagine stravaganti di un filologo, p. 268-271).

Pavese (1929)

«Egr. Profess.,
il Prof. Aldo Ricci, cui mi sono rivolto per aiuti bibliografici intorno a una tesi di laurea sulla poesia di Walt Whitman, mi ha scritto dell'assoluta insufficienza in materia delle biblioteche di Firenze e mi consiglia di rivolgermi a Lei che, mi dice, ha relazioni colla Biblioteca Americana di Roma.
Le sarei gratissimo se Ella volesse interessarsi a questa mia ricerca e vedere se esistono in Roma, – ed eventualmente come sarebbe possibile consultarli – i saggi whitmaniani di almeno i seguenti autori:
[...]
Gratissimo le sarò quindi se Ella mi potrà fornire una quantunque piccola indicazione.
Le chiedo scusa del disturbo che Le reco, ma la povertà in materia delle nostre biblioteche è tale che in tutta Italia non credo esista una copia pubblica delle prose di W. W. e non parlo poi delle riviste dove pure sono disseminati molti tra i piú notevoli di questi studi.»
(Cesare Pavese, minuta di lettera a un professore non identificato, [Torino ottobre? 1929], p. 148).

«Le sono molto grato della Sua cortese risposta e indicazione bibliografica intorno a W. Whitman. Grazie al Suo aiuto prezioso potrò guidarmi con maggior sicurezza nel campo ancor incolto della critica whitmaniana.
Ora, siccome io intendo darmi a fondo allo studio della letteratura americana ed essendo nelle solite strettezze bibliografiche, ardisco di chiederLe un altro disturbo, confidando nella Sua grande cortesia.
Desidererei sapere a titolo d'informazione quali delle seguenti opere possiede la Biblioteca Americana, quasi tutte, al solito, essendo irreperibili in Italia e costosissime dall'America.»
(Pavese, minuta di lettera a un bibliotecario non identificato, [Torino] 29 novembre [1929], p. 161).

Pavese (1934-1935)

«Chiarissimo Professore,
tempo fa le scrissi un biglietto dicendomi disposto a riprendere la supplenza, sotto condizione di due giornate libere e residenza a Torino.
[...] Non dimentico di considerare che insegnanti di latino migliori di me ce ne sono parecchi e non credo perciò di far troppo danno alla classe abbandonandola. [...]
Le sarò grato di un cenno e di un appuntamento a Vercelli per un giorno del mese entrante; desidero passare a salutarLa e restituire certi libri.»
(Cesare Pavese, minuta di lettera a un destinatario non identificato, [Torino autunno 1934?], p. 375. Evidentemente Pavese, mentre insegnava come supplente, aveva avuto in prestito dei libri dalla biblioteca della scuola. Per il riferimento a Vercelli e la datazione, la lettera è presumibilmente indirizzata a Giuseppe Morelli, preside del Liceo ginnasio Lagrangia, dove Pavese aveva insegnato nell'anno scolastico 1933/34).

«La cartolina della Biblioteca Civica [di Torino] allude a un libro di matematica di Peano, che si trova in casa di Nicchio. Di' che lo restituisca.»
(Pavese, lettera alla sorella Maria, [Roma, Carceri di Regina Coeli] 1° luglio 1935, p. 397. La giovane amica di Pavese, a cui aveva passato il libro, non è meglio identificata dai curatori).

«Cerca fra i miei libri e restituisci al Prof. Pascal bibliotecario del D'Azeglio questi libri:
Rodolico, Carlo Alberto (grosso, legato in bleu)
Sanesi, Storia d'Italia e Europa (4 o 5 voll. gialli oliva)
Orazio, Opere (in latino e francese, grosso, giallo)
Orazio, Epistole (piccolo, nero e rosso, legato)
Virgilio, Eneide (3 voll. rosso e nero, legato)
Io non ho bisogno che di libri, libri, e pipe.»
(Pavese, lettera alla sorella Maria, Brancaleone 3 settembre 1935, p. 434. Si tratta evidentemente di libri che Pavese aveva preso in prestito nella biblioteca del Liceo quando vi insegnava come supplente, prima di venire arrestato il 15 maggio di quell'anno. Della Biblioteca si occupava il prof. Arturo Pascal, ordinario di lettere al Ginnasio).

Pavese (1935)

«Libri ho chiesto di comperarne parecchi, ma sinora ne è giunto uno solo. Oltre al prestito normale di due voll. per settimana dalla Circolante, c'è per noi una Biblioteca Speciale che ci dà sei libri ogni quindici giorni. Finalmente, compro giornali e riviste. Cosí passo il tempo alla meglio.»

(Cesare Pavese, lettera alla sorella Maria, [Roma, Carceri di Regina Coeli] 8 luglio [1935], p. 401).

Dalla prima prigione, le Carceri Nuove di Torino, Pavese, arrestato il 15 maggio 1935, aveva scritto alla sorella Maria «Ho anche molto da leggere, e tutto sommato sono contento di non piú far lezione» (16 maggio 1935, p. 377), e poi «Di libri per ora ne ho abbastanza qui; caso mai penseremo a cercarne piú tardi (scongiuri)» (25 maggio, p. 381) e «La cosa comincia a seccare, ma d'altra parte libri da leggere ne ho e vada come vuole» (5 giugno, p. 386), ma senza fornire altre informazioni sulla provenienza dei libri che leggeva.

Pavese (1941-1943)

«A me tu dovresti fare il favore di mandare, prelevandolo dall'Istituto Americano [di Roma], Mardi di Melville.»
(Cesare Pavese, lettera a Mario Alicata, [Torino novembre 1941], p. 617. Questa lettera e le successive si riferiscono ai progetti in corso della casa editrice Einaudi, allora con una sede a Roma oltre che a Torino).

«Carissimo,
le opere di Swift sono tredici volumi settecenteschi che alla Biblioteca non mi vogliono dare perché è cominciato il prestito estivo, per cui occorre non so che alta benemerenza onde avere la malleveria.
Siccome non ho tempo a passare i pomeriggi in Biblioteca per sfogliarli tutti, rimetto alla vostra traduttrice la scelta delle cose piú piccanti – avvertendola di allontanarsi al possibile dalla scelta di Prezzolini e tener presente che i libelli religiosi sono i meno interessanti.»
(Pavese, lettera a Alicata, Torino 13 luglio 1942, p. 642. Probabilmente Pavese aveva cercato di avere in prestito l'edizione di Edimburgo 1774 pervenuta all'Università di Torino con il lascito dei libri di Arturo Graf. La traduttrice a cui si accenna è Lidia Storoni Mazzolani).

«Sta' tranquillo, il tuo Gordon [la traduzione di Gordon Pym di Poe] è qui, con un testo di fortuna pescato alla Biblioteca. Dovrei dargli un'occhiata ma ho tante di queste occhiate da dare qua e là che non so dove rivolgermi prima.»
(Pavese, lettera a Gabriele Baldini, Torino 19 ottobre 1942, p. 656. Pavese, come scrisse a Muscetta, aveva avuto in prestito un'edizione in lingua originale dal Gabinetto Vieusseux).

«Caro Alicata,
qui a Torino diventa sempre piú difficile esaminare testi. Persino le biblioteche dei senatori (quelle non bruciate) sono in cantina. Quindi non sappiamo che cosa risponderti sulle novelle di Stevenson».
(Pavese, lettera a Alicata, Torino 10 dicembre 1942. La lettera, non compresa nella raccolta, si legge in Cesare Pavese, Officina Einaudi: lettere editoriali 1940-1950, a cura di Silvia Savioli, introduzione di Franco Contorbia, Torino, Einaudi, 2008, p. 88).

«Siete dei salami: avete mandato il Droysen Historik dell'Alessandrina a Giorgio Abetti invece che all'Alessandrina.»
(Pavese, lettera a Carlo Muscetta, Torino 17 agosto 1943, p. 725. Evidentemente l'opera – probabilmente nella prima edizione di Monaco 1937 – era stata presa in prestito alla Biblioteca e la sede di Roma della casa editrice Einaudi avrebbe dovuto restituirla).

Pavese (1946)

«Adesso c'è anche l'astrologo e il mondo prima della creazione dell'uomo. Questo libro [Camille Flammarion, Il mondo prima della creazione dell'uomo] me lo ricordo bene – andavo a leggerlo a 15 anni alla Biblioteca Civica [di Torino], ed era il primo vero libro che leggessi, e sapevo tutto del periodo siluriano e giurassico e capivo che i romanzi d'avventure che avevo letto da ragazzo erano la stessa cosa, e insomma diventavo quello che sono. Mi ricordo che verso la fine c'è un'incisione della Verità (o la Scienza o l'Umanità) che nuda nuda vola verso la luce dell'avvenire e io pensavo che bella cosa che le donne nude siano anche la verità e l'avvenire. Di questo libro ho fatto lunghi estratti e lo sapevo quasi a memoria.»

(Cesare Pavese, lettera a Bianca Garufi, [Roma] 21 [febbraio 1946], p. 58).

Pavese-Venturi (1942)

«Caro Venturi,
ho potuto avere in prestito le opere dello Herder. Sono 33 volumi! Io vi mando il quinto, che contiene Auch eine Philosophie der Geschichte. Sono 113 pagine. Dovreste tradurlo mettendo da parte ogni altro lavoro, con la massima rapidità. [...]
Nel caso che vi occorresse consultare (o tradurre, ma direi di no) altre operette dello Herder, vi mando anche l’indice generale delle Sämmtliche Werke da cui potrete sapere quale altro volume suo chiedermi.»
(Cesare Pavese, lettera a Franco Venturi, firmata da Giulio Einaudi, Torino 13 ottobre 1942, p. 77).

«Gent.mo Dott. Einaudi, mi permetto di approfittare della gentile proposta fattami nella sua ultima lettera e di chiederle un altro volume delle opere di Herder in prestito, anche se soltanto per qualche giorno. Il vol. 32° contiene, come ho potuto vedere dall’indice, una serie di piccoli e grandi schizzi redatti da Herder negli anni immediatamente precedenti o seguenti il 1774 e tutti riferentisi, per soggetto studiato, a quella filosofia della storia che sto traducendo ora. Non penso siano frammenti traducibili, dato che si tratta di abbozzi non mai pubblicati e spesso tronchi, ma penso invece mi siano indispensabili per l’interpretazione di certe parti del mio testo e per l’eventuale prefazione. Se dunque potesse farmi pervenire questo volume 32°, le sarei gratissimo.»
(Venturi, lettera a Einaudi, Avigliano 3 novembre 1942, p. 77).

«Vi ho spedito la traduzione di Herder e penso presto la riceverete. Il testo, come sapete, è veramente difficile: vi prego seriamente perciò di esaminare la mia traduzione e di dirmi se vi soddisfa, anche prima di mandarmi qualsiasi compenso. Lo stesso desidero dirvi per quanto riguarda la prefazione, ché, anche per questa, non ho poco sentito la mancanza di libri sussidiari in questi due mesi di lavoro. [...] Vi ringrazio di avermi dato l’occasione di studiare Herder piú da vicino. Vi rimando subito i libri della Biblioteca».
(Venturi, lettera a Pavese, Avigliano 15 dicembre 1942, p. 93. La traduzione di Venturi, Ancora una filosofia della storia per l'educazione dell'umanità, uscì da Einaudi nel 1951).

Peano (1894-1903)

«La ringrazio per i lavori che mi ha spedito. Ho comperato qualche tempo fa le Sue Die Grundlagen der Arithmetik e ho inoltre fatto acquistare dalla nostra biblioteca i Suoi recenti Grundgesetze der Arithmetik
(Giuseppe Peano, lettera a Gottlob Frege, Torino 30 gennaio 1894, p. 145).

«Caro collega, ho appena ricevuto i Suoi Grundgesetze der Arithmetik, Zweiter Band, per i quali La ringrazio vivamente, e mi propongo di studiarli. Per facilitarmi il compito sarei lieto se Lei volesse spedirmi anche il volume l, che ho fatto acquistare dalla Biblioteca universitaria, dove l'ho letto. Altrimenti sarò costretto a dare alla Biblioteca anche il volume 2, invece di proporne
l'acquisto.»
(Peano, lettera a Frege, Torino 7 gennaio 1903, p. 168).

Perri (1960)

«Il mio libro più felice e quello che mi è più caro, perchè nato nella contingenza più drammatica della mia vita, è senza dubbio Emigranti. Vi dirò come lo scrissi.
La mattina del 17 settembre del 1926 uscivo dalla Direzione delle Poste di Milano, dopo avere riscosso l'ultimo mio stipendio d'ispettore. [...] Il governo mi aveva messo in pensione d'autorità ai sensi della legge n. 2300, del 24 dicembre 1925 prima del periodo prescritto, sotto l'accusa di nutrire sentimenti contrari al fascismo e di professare idee in senso repubblicano (autentico!). Uscii su la piazzetta davanti alla banca d'Italia come uno che si trovi improvvisamente davanti al famoso bosco dantesco «che da nessun sentiero era segnato». Quarant'anni, quattro bambini, davanti a me l'oscuro avvenire e un governo onnipotente e nemico. Nelle medesime condizioni e nello stesso giorno un giovane procuratore del re si chiuse in casa e si tirò un colpo di rivoltella; io decisi di scrivere un romanzo da presentare a un concorso entro tre mesi. Sembrava una pazzia: io la tentai e mi misi all'opera.
Al primo di ottobre, nella sala riservata della biblioteca universitaria di Pavia, sul primo foglio di una risma di carta vergatina per macchina scrissi: Emigranti, capitolo primo. La sera del 30 dicembre, mentre squillava la campanella di chiusura della biblioteca, io scrivevo le ultime parole del penultimo capitolo: Viva Maria!
Rientrai in casa più nero della mia giacca.
– Non hai finito? – mi chiese mia moglie, angosciata.
– Non ho finito, ma debbo finire. Non mi disturbate! . . . - E mi sedetti alla scrivania.
[...]
La sera del 17 dicembre 1927 (quanti diciassette fausti e infausti) [...], al braccio di Virgilio Brocchi entrai nel salone della Casa Ed. Mondadori per essere presentato all'editore e al senatore Borletti. Così da burocrate diventai scrittore.»

(Francesco Perri, testimonianza per Ritratti su misura, p. 329)

Pertini (1969-1971)

«Ella ha parlato anche della biblioteca [della Camera]. Noti che la nostra è, fra le biblioteche parlamentari, una delle più fornite. Abbiamo circa 800 mila volumi e ci avviciniamo al milione.
Sennonché tutti sanno quale sia il dramma della nostra biblioteca, onorevole Niccolai. È da qualche anno che ci stiamo preoccupando di trasferirla in altri locali, non soltanto al fine di migliorare il servizio per i deputati, ma anche perché il peso dei libri all’ultimo piano di un antico palazzo è fonte di gravi preoccupazioni per la sua stabilità.
Della stessa preoccupazione si è fatta carico la Presidenza della Camera anche nell’altra legislatura. Devo dare atto al mio predecessore di quanto egli se ne sia preoccupato. Forse si dimentica troppo presto quello che hanno fatto i Presidenti precedenti, e in modo particolare si dimentica l’opera onesta, paziente, diligente del Presidente Brunetto Bucciarelli Ducci. (Applausi).
Io ricordo che il Presidente Bucciarelli Ducci si è sempre preoccupato della biblioteca e aveva l’intento di trasferirla in altra sede. Abbiamo fatto un concorso, ma è andata male. Gli architetti che hanno concorso ci hanno presentato dei progetti che non sono risultati idonei anche perché non è facile edificare sull’area di cui ha parlato il questore De Meo. Ora, comunque, stiamo cercando di esaminare le possibilità di acquistare un palazzo qui vicino e mi auguro che questo edificio si renda disponibile, perché potremmo trasferirvi la biblioteca e offrire maggiori servizi ai deputati.».
(Sandro Pertini, Discorsi parlamentari, seduta del 23 luglio 1969, p. 200-206: 202).

«È indispensabile, poi, costruire un nuovo palazzo per la biblioteca, la quale nella situazione attuale non è più funzionale a causa della mancanza di spazio. Molti libri, infatti, non trovando più posto in essa, sono stati trasferiti nel sotterraneo, e non possono essere rapidamente consultati. Inoltre il problema è urgente anche per non compromettere la statica del vecchio palazzo Montecitorio e non mettere a repentaglio la sicurezza di noi tutti.»
(ivi, seduta del 22 luglio 1971, p. 236-238: 237. Soltanto nel 1979, con delibera dell’Ufficio di Presidenza del 15 marzo, fu stabilito il trasferimento della biblioteca in via del Seminario, nel complesso dell’ex convento dei domenicani di Santa Maria sopra Minerva, già in uso al Ministero delle poste e telecomunicazioni).

Petrocchi (1981)

«L'acuta e vivissima personalità di [don Giuseppe] De Luca andava conosciuta, peraltro, soprattutto su un piano di ritratto d'uomo. Altri potrebbe ricordarlo nella redazione dei giornali, negli studi dei pittori; piace a me rammentarlo nella sala dei manoscritti della Biblioteca Vaticana, nel luogo dove aveva studiato per quasi quarant'anni: non alto, nervoso, coi capelli ancora nerissimi, due occhi aguzzi, passava quasi di corsa tra i banchi della Biblioteca, la berretta in capo, la mantella svolazzante, sollevando una folata di vento; e poi chino sui codici: quante cose sapeva, e come la vastissima erudizione diveniva umana, nelle sue parole e negli scritti, quasi un personaggio vivente.»

(Giorgio Petrocchi, Don Giuseppe, in Segnali e messaggi, p. 147-150: 147-148).

«Del resto le amicizie difficili sono sovente le più utili, poiché nella quiete dopo la tempesta del «maledetto toscano» trovavi fluire paciosamente il comune interesse, anzi culto di Dante, e l'elargizione dell'animus di [Bruno] Nardi diveniva illimitata, deputata più al dono che allo scambio delle proprie acquisizioni, disponibile sempre e comunque, paziente ascoltatore dei tuoi guai di filologo e d'erudito in cerca d'un bandolo, fluente narratore dei propri lavori e scoperte in un modo estremamente singolare, non solo, come ha ricordato Gregory, presupponendo un interlocutore al suo stesso livello, ma pur anco quando t'aggrediva sulle scale della Vaticana, e tu restavi incapace di raccapezzarti nel ricordare a che punto del discorso era arrivato nell'incontro precedente, ché egli imperterrito riprendeva la sua storia erudita come si fosse fermato soltanto un momento per accendere il sigaro o scrollarsi la cenere dal gilè, e non fosse invece trascorso magari un mese dall'incontro precedente.»

(Giorgio Petrocchi, Ser Brunetto, ivi, p. 113-120: 114).

Petrocchi (1982)

«La grandiosa crociera del Collegio Romano, mi dicono con certezza, non è più. Spoglia dei suoi antichi libri, accecata nelle dorate costole degli infolio cinquecenteschi, la crociera di quella che era stata la biblioteca dei Gesuiti e, dal 1870 [!], la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, giace scheletro lugubre nel centro della città, nell'ònfalo delle raccolte librarie di Roma. Saturno divora i suoi figli: uno dei suoi tesori, e poche forse una sola (ch'io sappia), le voci che si sono levate a rammaricarsi della spoliazione. Che bisogno c'era? Quei libri potevano essere consultati sul posto, oppure un giorno per l'altro nel grande edificio di Castro Pretorio. [...]
La crociera serbava intatta il mistero d'un immenso padiglione sacrale dove era raro si potesse penetrare e mai sostare, silenziosi, quasi spauriti da quel lungo alto filare ricolmo di libri. La luce pioveva catacombale dai finestroni, eppur sufficiente a giuocare d'ombra e di penombra tra i palchetti. Togliere un libro dallo scaffale, scorrere qualche pagina, riporlo, dava il sentimento proibito di violare un tesoro a pochi noto, come se gli schedari non ne potessero tramandare l'identità, e dal tempo dei padri Gesuiti alcun'anima viva non fosse penetrata in quelle volte ecclesiali, da una remota età in cui la crociera del Collegio Romano era una silenziosa officina di studiosi adusati a quegli arcani penetrali.
Eppure il misterico adito era di pochi. Mentre è di tanti la memoria delle sale di consultazione. Sulle scalette che conducevano ai tavoli, dinanzi alle lampade verdi, o sul ballatoio che girava tutt'intomo alla sala A, nel lungo percorso della B, nel rettangolo più rumoroso della C, si è consumata una gran parte della nostra giovinezza, si sono compiuti indimenticabili incontri. Una giovinetta era sommersa dietro la pila dei libri di Bacchelli, e svariava lo sguardo verso la finestra, in giro per gli scaffali, ravviandosi i capelli, pensosa (forse pensosa del destino dei personaggi del Mulino del Po?). Si tratteneva pochi minuti Trompeo, quanto era necessario per rintracciare una citazione da un libro che, pur possedendone tanti, in casa non aveva: sorridente, soave «lettore vagabondo» dal volto affilato, il «cranio buzzurro» (come egli stesso l'appellava) dai capelli tra bianchi e biondocenere, il bastone col pomo d'argento sul quale s'appoggiava anche da fermo, con un po' di civetteria. Anche Antonio Baldini si fermava poco, prima di recarsi lì di fronte, nell'ufficio della Nuova Antologia. Era già mattino avanzato quando arrivava Angelo Monteverdi, col viso cotto dal sole e la splendente chioma argentea; un brusìo delle fanciulle accompagnava il suo passaggio. Stazionava un intero pomeriggio Bruno Nardi (al mattino di scuola al Tasso) e riprendeva la conversazione dallo stesso punto in cui l'aveva lasciata in sospeso un mese prima.
Ma erano gl'incontri dei coetanei che, in definitiva, contavano di più: guardinghi negli anni Quaranta in quel via vai di persone, ma non tanto da lasciare da canto i timori, le speranze (siano ricordati soltanto quelli che non sono più: Giaime Pintor, Niccolò Gallo, Ruggero Jacobbi, Carlo Salinari, il fratello Giambattista). Proprio all'uscita della Nazionale, in un negozio di radio che era all'angolo di via del Caravita, sentimmo la notizia dell'invasione tedesca in Belgio e in Olanda. Non ci restò che rientrare sgomenti nella Nazionale, e fermarci nel cortile dell'Emeroteca, donde si scorgevano le alte mura dell'Osservatorio Astronomico di padre Secchi, e un manto di edera cadeva a strapiombo sulla robusta fiancata secentesca. La fontana del cortile crosciava nel silenzio che s'era fatto improvvisamente tra noi, quel tardo mattino del 10 maggio 1940. La nostra giovinezza era morsa dalla certezza d'un evento violentissimo che ci avrebbe travolti, scompaginati per l'Europa e l'Africa (uno di noi, colui al quale era stabilita dal fato la fine più atroce, Ferdinando Di Maio, sarà gettato vivo dai tedeschi nel mare di Cefalonia, cucito in un sacco; Ferdinando, come ti entusiasmavi ai versi delle Occasioni! E tu Astolfoni, saresti finito nei ghiacci dell'ansa del Don). [...]
Addio, dunque, crociera; addio, sale A, B, C. Non ho cuore di venire a visitarvi, oramai ridotte a deposito di carte d'ufficio. Eppure ancora qualche metro in cui raccogliermi, per ricordare gli anni di biblioteca, mi resta. Non al Collegio Romano, ma nella biblioteca degli Agostiniani, sarebbe a dire l'Angelica. Proprio sul primo dei due ballatoi del grande vaso barocco, una piccola porta che dovrebb'essere nascosta da pitture di dorsi di libri, apre in una stanza silenziosissima. Poiché i pesanti volumi d'incisioni e i tomi di teologia e storia ecclesiastica non erano richiesti da alcun lettore, i fattorini non v'entravano quasi mai, se non nella stagione dello spolvero. I colloquianti della stanza erano le massicce travature del Piranesi, le immagini d'amor sacro e profano di Marcantonio Raimondi, i tratti impetuosi del Dürer.
All'improvviso il silenzio era spezzato dal frastuono delle campane di Sant'Agostino. L'Angelus della chiesa quattrocentesca aveva per secoli interrotto il lavoro dell'eremitano. Quel poco che si vedeva dalla finestra, una fuga di tetti e di rialzi di lesene, al di sopra della volta apparteneva ad un tempo immobile, ad uno scenario disabitato.»

(Giorgio Petrocchi, Nel mistero del padiglione: tra i libri del Collegio Romano, «Il tempo», 39, n. 83 (3 apr. 1982), p. 3).

Petroni (1960)

«A 13 anni abbandonai la scuola per lavorare nel negozio di mio padre. Poco più tardi, realizzavo una segreta passione cominciando a dipingere: mi alzavo all'alba per trovarne il tempo.
Verso i 20 anni come pittore ero una promessa; in segreto scrivevo poesie. Rosai, Carrà, Carena conoscevano la mia attività di pittore; partecipai ad alcune mostre e mi furono acquistati alcuni quadri. Cézanne, Manet, Courbet, e Chardin furono i miei primi modelli ideali. Volli conoscere la cultura da cui provenivano, imparai il francese e lessi tutto quanto era possibile trovare nella mia città. Mi sembrò poi un controsenso saper di più delle arti e della letteratura francese che non di quella italiana, perciò per alcuni anni passai ogni ora libera in biblioteca

(Guglielmo Petroni, testimonianza per Ritratti su misura, p. 330-331)

Petroni (1984)

«A questo punto occorreva impossessarsi delle parole necessarie per adeguarsi agli oscuri sovvertimenti che le nuove immagini [della pittura moderna] avevano provocato nel mio povero spazio spirituale; ma non era poi tanto semplice, anche perché i libri che Beppe [Ardinghi] mi presentava ogni sera, il più delle volte erano scritti in francese. Fu per cercare di imparare i misteri di quella lingua che cominciai a frequentare la Biblioteca Statale [di Lucca].»
(Guglielmo Petroni, Il nome delle parole, p. 50).

«I momenti che riuscivo a scappare da bottega li trascorrevo alla biblioteca dove ormai sapevo trovare tutto ciò che via via mi occorreva. Molti libri italiani riuscivo a leggerli in negozio durante le lunghe ore d'attesa dei clienti; quelli francesi, che ormai misteriosamente riuscivo a decifrare, li trovavo soltanto in biblioteca.
Il volterriano Zadig, eppoi Jean Jacques: il Discours sur l'origine de l'inegalité, Emile, le Rêveries du Promeneur solitaireLa nouvelle Héloïse; infine Paul e Virginie dell'ineffabile abate, e Chénier, e Lamartine, De Vigny, furono i primi incontri letterari che suscitarono anche segreti entusiasmi ideologici. Al mio Leopardi, dopo tutto, in gran parte doveva confacersi questa mia scorribanda sotto il suo incontrastato magistero.»
(ivi, p. 53).

«Al tempo di questa mia seconda avventura militare avevo superato i venti anni; continuavo ad alzarmi presto per dipingere, dividevo uno studio col mio grande amico e maestro Beppe, scrivevo poesie, consumavo pagine di libri che si chiamavano ininterrottamente gli uni con gli altri, trascorrendo molte ore nella sala di lettura della Biblioteca Statale.»
(ivi, p. 62).

Petrucci (1995)

«È da anni, ormai, che nelle università nordamericane si combatte con accanimento la guerra del "canone letterario", di quel finora fondamentale elenco di grandi scrittori e di grandi opere su cui poggia la struttura portante della cultura occidentale, da Omero ad oggi. [...]
Ciò che, in verità, mi interessa e mi incuriosisce, in questa guerra del canone letterario, è il fatto che nessuno sembra accorgersi che esso, almeno nella sua strutturazione tradizionale, formatasi in Europa nel corso di più secoli, e arricchitasi, per naturali addizioni, negli Stati Uniti di fatto non esiste più da tempo, anche se resiste nella formalità di molti insegnamenti. Per rendersene conto basta percorrere i piani e i corridoi delle immense biblioteche universitarie americane, già ad ogni occasione lodate dai nostri più illustri pellegrini (come Umberto Eco) ed unanimemente considerate il non plus ultra della tecnica biblioteconomica. Com'è noto queste biblioteche (che in genere possiedono tutto il pubblicato dell'ultimo secolo, o almeno danno ad intenderlo) sono ordinate per settori disciplinari, insomma, come si diceva un tempo, per materie, e sono di libero accesso; per cui lo studioso, o lo studente, può entrarvi, percorrerle, scegliere il settore dove studiare e prendere con le sue mani tutti i libri che desidera, per leggerli lì sul posto o portarseli via, giovandosi di un indiscriminato diritto di prestito. Per il fatto di essere appunto ordinata per materie, ognuna di queste biblioteche costituisce di per sé una ideale mappa del sapere scritto; e la collocazione dei libri, la loro giustapposizione, la loro contiguità o separazione costituiscono in esse il frutto di scelte precise, prefigurano precisi orientamenti culturali e li impongono a chi le percorre e vi studia, con la forza indiscutibile e fisica della presenza, della successione, dell'ordine: il canone è in sé e per sé un "ordine dei libri" (Roger Chartier).
Ebbene in queste biblioteche il canone tradizionale non esiste, né è possibile ricostruirlo, spostandosi lentamente o freneticamente da un settore all'altro. La mia personale esperienza è stata un vero e proprio incubo. Ignaro di informatica, dopo essermi reso conto che il catalogo cartaceo (ancora in parte in funzione) è falso, perché le collocazioni sono nel frattempo quasi tutte cambiate e nessuno si è preso la briga di avvertirlo, ho cominciato a percorrere i lunghissimi corridoi della grande biblioteca a mia disposizione con crescente angoscia. Cosa cercavo? I miei libri, la mia mappa, i repertori, i testi, le opere relativi alla cultura scritta della tradizione occidentale e rinascimentale, la teubneriana e Les Belles Lettres per i classici greci e latini, la Patrologia latina del Migne e i Monumenta Germaniae historica, le lettere di Erasmo e la collana "Studi e testi", le Fonti per la storia d'Italia e l’Histoire de l'édition française, i Codices latini antiquiores e i classici Ricciardi della letteratura italiana, ecc. A poco a poco, con inenarrabili fatiche, ho cominciato a trovare qua e là i frammenti di un colossale naufragio e a ricomporlo in una personale mappa manoscritta, che tengo nascosta a tutti, perché ne ho vergogna. La Patrologia latina l'ho trovata (per puro caso) nella grandiosa reference room del piano terra, dispersa in un'immensa colossale quantità di repertori bibliografici; le collezioni dei classici sono dislocate per autore, qua e là; l’Enciclopedia dantesca non è nel settore della letteratura italiana, ma fra le enciclopedie nella reference room, accanto al Larousse e al Dizionario enciclopedico della Treccani; in uno strano settore di storia generale campeggiano l'uno accanto all'altro Genie du Christianisme di Chateaubriand e Sea Power dell'ammiraglio Mahan: due capolavori, ma qual è il collegamento? Ho rinunciato a chiederlo. Particolarmente doloroso mi è risultato trovare il settore della storia romana antica come inizio del settore di storia italiana; non so dove sia la storia greca antica, perché ho rinunciato a cercarla. Godo di qualche gioia quando trovo (per caso, peregrinando con aria attonita fra gli scaffali, con la mia borsetta di tela stretta sul petto) un libro che mi interessa, e che afferro con bramosia; leggo di tutto, mai quello che ho cercato e che non trovo quasi mai. Ho ancora qualche sobbalzo quando trovo l'Archivio paleografico italiano (enorme, costosissimo, raro) in libera consultazione, mentre devo chiedere volume per volume e aspettare un giorno per avere le Chartae latinae antiquiores. Oltre a tutto queste biblioteche non hanno odore; i libri non sanno di nulla; rimpiango le vecchie biblioteche di Roma, di Parigi, di Firenze, di Wolfenbùttel, ove ogni sala ha un suo odore caratteristico, fatto di legno, vecchi libri, vecchie pelli, inchiostri e un po' di antichissima sporcizia; e dove l'ordine dei libri è quello solido e tradizionale, per cui a occhi chiusi posso percorrere alcuni metri e trovare il libro che cerco; a condizione, però, che ci sia ancora!
Il fatto è che i professori che si rispettino, al di qua e al di là dell'oceano, non frequentano più le loro biblioteche; e la tecnologia biblioteconomica ha già per suo conto, inconsapevolmente e (credo) con qualche nascosta allegria, come un bambino pazzo, distrutto il nostro giocattolone, che è inutile tentare di ricostruire.
Chi dirà mai agli studenti di "Comparative literature" che Chateaubriand e Mahan non hanno alcuna ragione di stare l'uno accanto all'altro? E poi, chissà, quei due, a forza di stare accanto, hanno imparato a conoscersi reciprocamente; e così, misteriosamente, per via di fisica confricazione, viene configurandosi un nuovo canone, un nuovo e ancora non decifrabile "ordine dei libri".»
(Armando Petrucci, Cronache americane, p. 67-68).