Regolamentazione dei consumi

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Le privazioni e la fame non furono una prerogativa esclusiva delle truppe mandate a combattere: l'alimentazione durante la Grande Guerra fu un grave problema anche per la popolazione civile. Fra i motivi per i quali la gente pativa la fame ci fu anche una inadeguata politica assistenziale. Infatti, già nei primi due decenni successivi all’Unità non erano stati realizzati progressi nel campo della legislazione e della politica sociale. L’Italia partiva da un piano fortemente arretrato: la struttura assistenziale era quella ereditata dal Piemonte, meno progredito rispetto ad altri Stati (come ad esempio la Lombardia). Dopo l’Unità non fu attuato nessun piano di coordinamento dell’assistenza, che rimase soprattutto nelle mani degli enti religiosi. Così, una volta scoppiata la guerra, lo Stato assunse per la prima volta la totale direzione d’ interi settori sia nel campo economico sia in ambito sociale. Impariamo a non lamentarci!

All’ inizio del conflitto,  il  Governo  italiano intervenne  a regolamentare  la qualità  delle  farine usate per  la produzione del pane. Il pane, razionato, se si riusciva a ricevere, non veniva preparato con il grano ma con altri resti di cibi seccati e resi in farina come per esempio le bucce di fave.  In  seguito,  furono stabilite  leggi sempre più  severe per  controllare  la  produzione  e  il consumo di beni alimentari, specialmente  di  quelli  “di lusso”, come  lo zucchero  e  la  carne. L’acqua potabile era un bene prezioso sia per i soldati che per la popolazione civile, ma spesso oltre che scarsa era anche inquinata e se buona parte della paga percepita dalle truppe finiva nell’acquisto di vino, seppure il consumo di questo era previsto nella dose giornaliera di un quarto di litro, la miseria tra i mobilitati delle classi più povere in molti casi era tale che la dieta militare risultava più ricca rispetto alla loro alimentazione abituale. L’olio non si trovava a meno di pagarlo ad un prezzo estremamente caro, e a volte chi stava meglio erano i contadini che potevano sfamarsi almeno dal pezzetto di terra che avevano. Nel  1915, la popolazione,  e non  solo  quella parte  eufemisticamente  definita  “non  agiata”,  si dovette   accontentare  di  poco  gradevoli pagnotte  simili  a  quelle  militari.  Nel  1917, andò  peggio:  si  vendeva  solo  pane   raffermo, che  a  quanto  assicurava “L’Arena” del  4  gennaio,  “sazia  più  presto”  costituendo  perciò “una notevole economia". La situazione, infatti, era divenuta drammatica quando, nell’inverno 1916-1917, era intervenuto il blocco sottomarino tedesco che aveva ostacolato il traffico navale alleato. Burro, zucchero e petrolio iniziarono a scarseggiare ed i civili residenti nelle zone di guerra ne subirono le conseguenze con un aumento della mortalità. Inoltre, in seguito alla disfatta di Caporetto, nei territori del Friuli e del Veneto orientale, gli abitanti dovettero sopportare le razzie di un esercito di occupazione affamato. Nell’agosto 1916 fu creato un Commissariato per gli approvvigionamenti e i consumi, che provvide a fissare prezzi d’imperio per alcuni limitati prodotti di prima necessità, e dal  1917 si ricorse al   razionamento,  cioè alla  limitazione  degli acquisti effettuata mediante una  distribuzione controllata dei  generi alimentari, attraverso una apposita  tessera (la  tessera  annonaria).  Purtroppo, sembra che in Italia il razionamento non “funzionò” in maniera adeguata. Non fu, infatti, garantita alla popolazione una quantità sufficiente di cibo per il minimo fabbisogno. A chi possedeva una tessera annonaria, spettava già un razionamento molto esiguo, e quando poi ci si recava al negozio a cui si era registrati, molto spesso e dopo lunghissime file, capitava di ricevere poco (basti pensare, ad esempio, alla razione quotidiana di polenta, fissata a soli 350 grammi) o niente perché le scorte erano finite. Tale situazione lasciò, così, il campo libero al mercato nero. Allo stesso tempo, fu inaugurata una campagna propagandistica per la limitazione dei consumi. Furono, infatti istituiti degli appositi “Comitati” in tutte le città, con il fine  di  tenere  conferenze ed emanare delle regole scritte alla  popolazione  dove veniva illustrato come  “viver  bene   mangiando  poco”.  L’opera  di  propaganda  interessò  anche  le  scuole, dove ai  ragazzi  veniva spiegato come era possibile creare un  piccolo  orto  o allevare  conigli. Anche la carne  bovina  divenne  presto  merce  rara.  La necessità  di rifornire  l’esercito costrinse  i  civili a ridurne  i  consumi.  Crebbero così i  prezzi,  con  pesanti ricadute   in tutto  il settore:  gli allevatori, allettati dalla  possibilità  di  alti  guadagni,  mandarono  al  macello  anche animali destinati  alla  produzione di latte o al lavoro.  Si  cercò  quindi  di  limitarne  il consumo confidando anche nell’importazione della carne congelata proveniente dall’ Argentina. Nel  1916, i giornali  scrivevano che in  questo  modo  si  potevano   “mantenere  le  truppe  con  ottima carne esotica”,  senza  penalizzare  oltre  la  popolazione  civile.  Nel  marzo   del  1918, la carne sparì  dai  ristoranti  per  due  giorni  alla  settimana.  Un  analogo provvedimento  era   stato preso l’anno  prima,  con  la  precisazione  che  il  divieto riguardava  anche “salsicce,  zamponi  e cotechini”.  

Lo  zucchero  fu oggetto  di  innumerevoli  polemiche  e  di  una  ricerca  spasmodica da  parte  dei consumatori.   Nel  1916,  il consumo  venne  sottoposto  al  controllo dello  Stato,  ed anche i dolci furono soggetti a limitazioni e divieti.  In  quello stesso anno, si  aprì  alla  Gran  Guardia uno spaccio  comunale:  lo zucchero venne venduto  in  cartoni  da  tre  etti  e  non  se  ne  potevano acquistare più  di due. Si temeva  infatti la  corsa all’accaparramento, ma di fatto, le cose andarono diversamente da quanto paventato poiché, come sottolineato dalle riviste dell’ epoca, “i consumatori  si  lamentano  per  la  pessima  qualità  dello zucchero”. L’anno seguente, in uno dei tanti momenti in cui lo zucchero risultava introvabile, il Comune di Verona, ad esempio, ne mise in vendita un certo quantitativo nel cortile del Tribunale. La ressa provocò code interminabili, con discussioni tanto accese, da esigere l’intervento  della  polizia. 

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